La mia prova di maturità

Prima di tutto, in bocca al lupo alle ragazze e ai ragazzi che stanno affrontando la maturità!

Io sinceramente non mi ricordo quasi niente delle prove scritte. Non mi ricordo di cosa trattava il tema di italiano (internet? di solito è sempre internet) e delle materie scientifiche mi viene in mente soltanto una fatica immane. Ah, già, ero allo scientifico. Questo magari lo potevo dire prima.

Lo stress per l’esame c’era, ovvio, ma ero come in una specie di bolla fumosa tutto il tempo, un po’ inebriato e un po’ ansioso. No, niente droghe o alcol, ero più in un limbo di sensazioni, forse troppo teso per sentirmi teso. Che non ha senso, ma è così, non ci posso fare niente.

Guardando il prospettiva, rispetto agli esami universitari la maturità non era davvero niente, ma in quel momento era tutto. Eppure ero calmo, flemmatico, e durante la parte orale rispondevo con sicurezza anche alle domande che non sapevo, utilizzando l’antica arte del “girarci intorno”, che mi ha permesso di superare tante interrogazioni.

Comunque, la cosa che mi è rimasta impressa di più di tutta la faccenda è stata tesina che ho scelto, perché era strana e nonostante ciò, mi hanno dato l’ok per scriverla. Alla fine presi il massimo dei voti alla parte orale, quindi funzionò. Perché dico “strana”, con tanto di corsivo per dare enfasi? Perché dovevo scegliere un tema che collegasse più materie e ho scelto “Il Velo della Realtà”.

Vi starete chiedendo che caspiterina dindirindina acciderbolina sarebbe, oppure come abbia fatto a collegarlo a più materie (non so ora, ma le nostre tesine dovevano includere quattro materie, unite da un tema portante).

La risposta alla prima domanda è: ho usato la fantasia. La risposta alla seconda domanda è la stessa. Così ho potuto parlare di quello che mi interessava davvero, cose che devono aver confuso un po’ la commissione d’esame.

I temi trattati? Il Velo di Maya di Schopenhauer (Filosofia), H. P. Lovecraft (Letteratura), Salvador Dalì e il surrealismo (Storia dell’Arte), l’orizzonte degli eventi dei buchi neri (Scienze della Terra? Qualcosa del genere).

Vi lascio la tesina qui sotto, senza correzioni, così come l’ho scritta. Perdonatemi le “D” eufoniche a casaccio e gli strafalcioni che ci saranno di sicuro, sono un uomo cambiato ora. Se avete scritto una tesina di maturità dai temi particolari, ditelo nei commenti! Mi interessa davvero sapere di non essere l’unico bislacco.

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Il Velo della Realtà

 

L’argomento che andrò a trattare è stato, ed è ancora, cruccio di filosofi, scrittori, artisti e scienziati. Il mondo è veramente soltanto come lo vediamo? Esiste qualcosa che ci impedisce di cogliere la verità? E, soprattutto, cosa ci attende oltre questo velo che occulta il vero aspetto della realtà?

Per parlare del Velo della Realtà ho scelto quattro approcci differenti all’indagine del vero.

L’approccio filosofico, con Schopenhauer e le filosofie orientali che l’hanno influenzato.

Quello letterario, con H.P. Lovecraft, scrittore dell’incubo tristemente poco famoso qui in Italia.

Quello artistico, con le visioni dei surrealisti ed in particolare di Salvador Dalì.

Infine l’approccio scientifico, con il Velo per eccellenza: l’Orizzonte degli Eventi dei buchi neri.

 

Il Velo di Maya

 Maya

  

L’espressione “Velo di Maya” è stata coniata dal filosofo tedesco Arthur Schopenhauer nella sua opera “Il mondo come volontà e rappresentazione”. Il Velo di Maya è ciò che separa l’uomo dalla verità: la realtà non è altro che un’illusione. Infatti tutto ciò che noi percepiamo è una rappresentazione nata dal rapporto necessario tra soggetto e oggetto nelle forme a priori di spazio, tempo e causalità.

Spazio e tempo individuano l’oggetto mentre la causalità è la materia stessa, perché la materia è l’agire nello spazio e nel tempo. La realtà quindi ci appare come il risultato della rielaborazione del nostro intelletto dei rapporti di causa ed effetto in relazione a spazio e tempo. Questa duplice natura della realtà, in parte oggettiva e in parte soggettiva, costituisce il velo di Maya. Viviamo quindi una sorta di sogno e non riusciremo mai a raggiungere il noumeno, percependo come “reale” soltanto il fenomeno. Il noumeno, la cosa in sé, non è conoscibile dalla nostra razionalità perché esiste fuori dalla visione soggettiva del mondo. Per riuscire a conoscerlo e cogliere l’essenza intima della realtà bisognerebbe abbandonare la nostra singolarità, il nostro concetto di “Io”.

Maya, l’illusione, è un concetto che Schopenhauer ha preso dalla religione induista, che ha influenzato notevolmente tutto il suo pensiero. Nell’induismo il velo di Maya nasconde all’uomo la realtà tramite un ciclo infinito di morte e reincarnazione, il Samsara, che lo costringe a rimanere invischiato in una rappresentazione soggettiva del mondo senza potersi abbandonare all’unicità del tutto chiamata Nirvana. Per Schopenhauer invece il ciclo che intrappola l’uomo è costituito da dolore e noia e la molla che lo spinge è la Volontà.

L’uomo infatti, come tutto il resto dell’universo, è mosso dalla volontà di vivere, l’istinto di autoconservazione e di continuazione della specie. La Volontà è vista come un impulso irrazionale presente in ogni cosa, fine a se stesso ed eterno. Se nel mondo inanimato la Volontà si manifesta nelle forze che regolano la fisica, negli animali e nei vegetali si esprime nella volontà di propagazione e sopravvivenza. Nell’uomo la Volontà è presente nei singoli individui e varia in ognuno.

 

Il ciclo volontà-noia è così costituito:

graficomaya

Oltre alla noia un ruolo molto importante in questo ciclo lo ricopre l’illusione. Nella nostra fantasia ottenendo l’oggetto del desiderio si raggiunge la felicità, mentre nella realtà questo non succede. Quindi ci auto-inganniamo continuamente, e la nostra fantasia visualizza un appagamento duraturo che estingue il nostro bisogno di volere, aumentando in questo modo il nostro desiderio. Questo continuo volere ci porta dolore, ed infatti il dolore è la costante della vita, secondo Schopenhauer. La felicità, invece, non è altro che una breve interruzione del dolore.

Come si può allora porre fine al dolore? Schopenhauer ancora una volta dà una risposta rielaborando la filosofia induista, e allo stesso tempo mostra il cammino per squarciare il velo di Maya.

 

La Negazione della Volontà

 

L’unico modo per sfuggire al dolore causato dal ciclo di volontà e noia è la negazione della Volontà di vivere. Questo però non vuol dire morire. Infatti Schopenhauer considera il suicidio come il supremo atto di Volontà: il suicida vuole togliersi la vita e quindi pone la Volontà più in alto rispetto alla propria sopravvivenza. Inoltre mette fine soltanto al fenomeno della Volontà, lasciando intatto il noumeno.

Per liberarsi della rappresentazione fenomenica della realtà e infine della Volontà bisogna ricercare forme di conoscenza che non dipendono da spazio, tempo e causalità.

Schopenhauer individua tre forme di questa conoscenza.

Arte: Il vero artista riesce a rappresentare l’oggetto della sua arte fuori dai rapporti di tempo spazio e causalità. Senza la mediazione delle forme a priori oggetto e soggetto si confondono. L’artista diventa un contemplatore, distaccato dalla Volontà.

Morale: Attraverso la morale si raggiunge un grado ancora più alto di distacco dalla Volontà. Con la morale si vive pensando all’effetto delle proprie azioni sugli altri, si sopprime in parte il proprio “Io” facendolo coincidere con quello altrui. Si sperimenta così l’unione metafisica che esiste tra tutti gli esseri. La morale ha due maniere di esprimersi:

La giustizia, ovvero non fare del male al prossimo, è una volontà negativa.

La carità, ovvero fare del bene al prossimo, è una volontà positiva.

Ascesi: Il grado più alto di distacco dalla Volontà. L’asceta smette di volere la vita e sopprime ogni suo desiderio, impulso o piacere. L’ascesi si ottiene tramite:

La castità: La rinuncia alla manifestazione fondamentale della volontà di vivere, ovvero l’impulso alla propagazione della specie e al piacere.

L’umiltà e la povertà: Accettare la propria condizione e lasciare ogni bene materiale per abbandonare il desiderio di altri beni.

Il digiuno: Tramite l’inedia il corpo viene costretto a rinunciare anche alla basilare volontà di nutrirsi e all’istinto di auto-conservazione.

In questo modo l’asceta afferma la sua nolontà, la volontà di non volere. Così l’asceta può squarciare il velo di Maya e distruggere la Volontà che sta alla base di tutto, divenendo così parte di un nulla eterno.

 

Moksa, Liberazione dal Samsara

 

Nell’Induismo la liberazione dal ciclo del Samsara si chiama Moksa e si ottiene in quattro maniere diverse, dette Yoga.

Bhakti Yoga (Via dell’amore o della devozione): Questa via permette di ottenere la Moksa tramite l’amore verso una divinità. È la più semplice delle quattro vie perché chiunque la può mettere in pratica. Il devoto che ama la propria divinità (Sia essa Shiva, Buddha, Allah o il Dio cristiano) non ha bisogni né trova piacere nella realtà materiale. Infatti si sente appagato soltanto dall’amore trascendentale verso il divino, e la mancanza di altri desideri libera l’anima dal Samsara

Karma Yoga (Via dell’Azione): Normalmente, secondo la religione induista, ogni azione positiva verso gli altri accumula karma positivo, mentre le cattive azioni danno karma negativo. Il karma negativo costringe l’anima a reincarnarsi in un corpo di grado inferiore (ad esempio un animale) mentre il karma positivo eleva l’anima ad un grado superiore. Seguendo il Karma Yoga l’uomo può distaccarsi dalle proprie azioni, considerandole semplicemente come doveri verso un ordine cosmico detto Dharma. Non dovrà più provare desiderio o avversione nei confronti delle proprie azioni, e diverrà consapevole che l’”Io” non è altro che la manifestazione di una coscienza universale. In questo modo le azioni non produrranno più karma e l’anima raggiungerà il Nirvana.

Jnana Yoga (Via della conoscenza): Si ottiene la Moksa tramite la conoscenza dell’anima universale detta Brahman. Questa conoscenza però non si ottiene soltanto con lo studio della religione e della filosofia, ma soprattutto in modo intuitivo durante la meditazione. L’uomo si rende conto che la sua anima è parte del Brahman e che tutto il resto è un’illusione.

Raja Yoga (Via regale): In pratica, l’ascesi. Tramite la padronanza di sé e l’astinenza da ogni piacere l’asceta raggiunge la comunione con il Brahman. È la forma più difficile di Yoga perché necessita di una grande concentrazione e autocontrollo e incorpora parti di tutti gli altri Yoga.

 

Oltre il velo di Maya

 

Una volta che l’anima si libera dal ciclo infinito del Samsara o di Volontà-noia cosa accade?

Nell’Induismo si raggiunge il Nirvana, un nulla che è anche tutto in cui non c’è dolore e l’anima è pienamente appagata dalla comunione con la divinità. Nel Nirvana si ha la pace eterna.

Per Schopenhauer il Nirvana è ancora un’altra illusione, non diverso dal velo di Maya: non c’è beatitudine eterna quando ci si libera dalla Volontà. Infatti cessando il dolore cessa anche la sua negazione, ovvero la felicità. L’ascesi non porta all’appagamento ma all’oblio.

 

L’Incubo Oltre la Realtà: H.P. Lovecraft

 Lovecraft

 

Il tema della realtà come illusione è stato largamente trattato anche dalla letteratura, dall’arte e dal cinema. In ambito letterario lo scrittore che più di tutti ha trattato questo tema è stato Howard Phillips Lovecraft, ma la sua visione del “vero” mondo è una delle più inquietanti mai descritte.

Nato il 20 agosto 1890 a Providence, una cittadina del New England, Lovecraft si dimostra fin da subito un bambino diverso dagli altri. A due anni impara l’alfabeto, a quattro legge perfettamente e a cinque scrive piccoli poemi epici. Suo padre, un venditore ambulante di gioielli, viene ricoverato in ospedale per una psicosi nel 1893 e muore cinque anni dopo, probabilmente di sifilide.

Lovecraft viene quindi cresciuto dalla madre e da due zie. Suo nonno lo incoraggia a leggere regalandogli i libri che segneranno per sempre la sua scrittura, ovvero Le Mille e Una Notte, l’Iliade e l’Odissea, mentre sua nonna gli trasmette la passione per l’astronomia, presente in tutte le sue opere. Inoltre, di nascosto dalla madre che non approvava, il nonno racconta a Lovecraft storie gotiche che lo impressionano profondamente.

Nel 1905 cade da un’impalcatura e l’incidente lo condannerà a soffrire di tremende emicranie per il resto della sua vita.

Nel 1906 pubblica per la prima volta qualcosa: si tratta di un articolo di astronomia su un giornale locale. Nel 1908 ha un esaurimento nervoso talmente grave che gli impedisce di ottenere il diploma di scuola superiore e di conseguenza di andare all’università.

Nel 1917 prova ad arruolarsi nell’esercito ma viene scartato per le sue condizioni fisiche, e in quel periodo inizia a scrivere le prime opere di narrativa. La madre di Lovecraft viene ricoverata per isteria come il marito e muore nel 1921.

Poco dopo Lovecraft incontra Sonia Greene, una donna di sette anni più vecchia di lui, e se ne innamora. Nel 1923 finalmente un suo racconto, Dagon, viene pubblicato sulla rivista Weird Tales e inizia una corrispondenza fittissima con i suoi numerosi nuovi ammiratori.

Nel 1924 si sposa con Sonia Greene e si trasferisce a New York, città che odierà però profondamente. Non riesce a guadagnare abbastanza con ciò che scrive e non trova lavoro, inoltre la ditta della moglie fallisce e lei è costretta ad andare a Cleveland, lasciando il marito da solo.

Pochi anni dopo si divorziano e Lovecraft torna a vivere dalle zie.

A Providence vive il periodo più prolifico della sua carriera, pubblicando su numerose riviste e lavorando anche come Ghostwriter ( uno scrittore che revisiona le opere di altri scrittori). Nel 1636 gli viene diagnosticato un cancro all’intestino ma tiene la cosa segreta per non fare intristire gli amici. Muore il 15 Marzo 1937.

La vita di Lovecraft, così tragica e dura, ha plasmato la sua visione del mondo e di ciò che c’é oltre di esso. La realtà per Lovecraft è una menzogna benevola, un velo che impedisce all’uomo di carpire qualcosa di orrendo. Nel Richiamo di Cthulhu, forse la sua opera più famosa, scrive:

“Penso che la cosa più misericordiosa al mondo sia l’incapacità della mente umana di mettere in relazione i suoi molti contenuti. Viviamo su una placida isola d’ignoranza in mezzo a neri mari d’infinito e non era previsto che ce ne spingessimo troppo lontano. Le scienze, che finora hanno proseguito ognuna per la sua strada, non ci hanno arrecato troppo danno: ma la ricomposizione del quadro d’insieme ci aprirà, un giorno, visioni così terrificanti della realtà e del posto che noi occupiamo in essa, che o impazziremo per la rivelazione o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di una nuova età oscura.”

La scienza per Lovecraft era infatti estremamente pericolosa. Ha rivelato all’uomo quello che si è sempre rifiutato di sapere, la natura indifferente e caotica del cosmo. E, in un futuro non troppo lontano, potrebbe togliere quel velo che ci mantiene ignoranti e al sicuro. Era talmente convinto di questo che la teoria della relatività di Einstein lo preoccupava, perché poteva essere il primo passo verso quella terribile consapevolezza di come funziona l’Universo.

La concezione della realtà di Lovecraft viene detta “Pessimismo Cosmico”, ed è totalmente agli antipodi dell’antropocentrismo. Gli esseri umani per lui sono totalmente insignificanti di fronte alla vastità del cosmo e qualsiasi divinità, se esiste, non può che essere malvagia.

Nelle sue opere infatti tutti i personaggi che riescono a scoprire qualcosa sull’origine dell’uomo o sul senso della vita vengono completamente schiacciati dalla rivelazione del pessimismo cosmico, finendo per impazzire o per morire in modi orrendi. Non è un caso che tutte le creature non umane descritte da Lovecraft siano ostili: esistono per ricordare all’uomo di restare nel suo piccolo mondo immaginario in cui è il padrone e di non avventurarsi al di fuori, in posti che non gli appartengono.

Inizialmente gli orrori venivano dalle stelle. Il più famoso di essi, Cthulhu, fa parte delle schiere dei Grandi Antichi, esseri grandi come montagne che giunsero sulla Terra prima dell’uomo da un pianeta lontano e furono adorati come dèi in tutto il mondo. Cthulhu giace in uno stato tra il sogno e la morte nella città sommersa di R’lyeh e al suo risveglio farà cadere tutti i popoli della Terra in uno stato animalesco di caos e anarchia. Cthulhu, inoltre, ha caratteristiche fisiche simili a quelle di polpi ed altri animali marini, una cosa comune a quasi tutte le creature di Lovecraft. Il mare infatti ha sempre rappresentato l’ignoto per l’uomo, e come lo spazio è in gran parte ancora inesplorato.

Successivamente Lovecraft fa provenire i suoi mostri da altre dimensioni, che esistono accanto a noi ma che non riusciamo a percepire. Questo rende gli orrori più vicini e “reali” perché possono apparire in ogni luogo e in qualsiasi momento e inoltre esplicita ancora meglio l’idea che ci sia soltanto una barriera sottilissima tra il nostro mondo razionale e ordinato e quello caotico oltre la soglia.

Per fuggire dalla natura malvagia dell’esistenza gli uomini si sono costruiti dei passatempi che li distraggono dalla tremenda verità. In una delle lettere alla sua cerchia di amici letterati Lovecraft scrive: “ […] Ci sono molti modi per alleviare il fardello dell’esistenza. Per l’individuo che privilegia la sfera corporea c’è il piacere puro che nasce dal sentirsi vivo. […] Per chi è pronto a credere, c’è la religione e i suoi sogni sul paradiso. Per il moralista, c’è la soddisfazione che i può trarre da una condotta virtuosa. Per lo scienziato, c’è il piacere che nasce dalla ricerca della verità, e che quasi annulla il senso di angoscia che la scoperta della verità provoca. […] Il senso dell’umorismo mi ha aiutato a sopportare la vita: infatti, in mancanza d’altro, riesco sempre a procurarmi un sorriso sarcastico riflettendo sulla mia stessa insignificante ed egoistica esistenza!”

Questi mezzi distraggono l’uomo per poco tempo dall’abisso di infelicità a cui è condannato, ma Lovecraft individua un luogo in cui si può ottenere la pace che agogna: il sogno.

 

La narrativa Onirica

 

Lovecraft scrisse, oltre alla sua nota letteratura dell’orrore, anche una letteratura onirica, in cui il protagonista è il sogno. Il rapporto di Lovecraft con i sogni è complesso. Più volte l’autore di Providence ha attinto ai suoi sogni per scrivere le sue storie.

È noto il caso de “La Testimonianza di Randolph Carter”: Lovecraft si chiese se quel racconto fosse veramente suo, visto che era la trasposizione di un suo sogno e non era stata quindi inventata “coscientemente” come gli altri. Randolph Carter, in particolare, era l’alter-ego dello scrittore in tutti i suoi racconti onirici.

Questo personaggio compie viaggi incredibili in terre meravigliose in cui domina la logica del sogno e quindi può accadere di tutto. Come un moderno Astolfo alla ricerca del senno di Orlando, Randolph Carter discende in abissi infernali, sale su vette dall’altezza impossibile e giunge sulla Luna. Quello che Carter cerca però non è il senno di un amico, ma una visione, un sogno ricorrente che lo tormenta in cui vede una città avvolta nella pace del tramonto. È quindi un percorso attraverso i sogni per raggiungere la pace interiore.

Quando finalmente Carter raggiunge la sua città dorata scopre che non è altro che il paese dove è nato, nel tranquillo New England. C’è un chiaro riferimento autobiografico in questo, e una fortissima nostalgia della sua vecchia casa a Providence. Infatti Lovecraft smise di scrivere il suo ciclo di Randolph Carter proprio quando tornò a Providence e trovò quella pace che aveva cercato da tanti anni.

La parte più interessante del ciclo di Randolph Carter però è ambientata dopo il ritorno del personaggio nel New England, nel racconto “Attraverso le Porte della Chiave d’Argento”, scritto insieme all’amico Edgar Hoffman Price. Qui Randolph Carter troverà una chiave che gli permetterà, tramite i sogni, di attraversare il suo mondo inconscio e arrivare oltre quella sottile soglia che separa il mondo degli uomini dalla vera realtà.

Randolph Carter scoprirà una cosa che lo sconvolgerà totalmente: esistono infiniti Randolph Carter, e il suo “Io” è soltanto una sfaccettatura di un archetipo comune. Oltre il velo di Maya, come per Schopenhauer, il senso dell’individualità si annulla, il singolo ritorna alla sostanza comune di ogni cosa. Esistono Randolph Carter in ogni era, in ogni luogo, Randolph Carter animali e piante, perfino alieni… ognuno di essi è Randolph Carter e nessuno di essi lo è veramente.

Con questa consapevolezza il tempo e lo spazio acquistano una nuova dimensione per lui: essi sono soltanto creazioni dell’uomo, per preservare le deboli menti dalla follia. Ma Randolph Carter riesce a rimanere sano di mente nonostante ciò che ha appreso e decide di lasciare la sua forma umana per una nuova. Vivrà per anni su un altro pianeta, eoni prima della formazione della Terra, felice di aver abbandonato la misera vita umana.

In questo racconto traspare tutto il pensiero di Lovecraft: il sogno come liberazione dal mondo reale, la totale indifferenza del cosmo di fronte al singolo individuo e infine il desiderio di fuggire dalla realtà quotidiana.

La visione di Lovecraft è stata tanto potente da diventare parte della nostra cultura per sempre. Da vivo non ha mai visto un suo libro pubblicato, al di fuori di qualche racconto su delle riviste, ma dopo la sua prematura scomparsa a soli 47 anni le antologie delle sue storie e i suoi romanzi divennero subito dei classici e Lovecraft fu consacrato come mostro sacro della letteratura dell’orrore, fianco a fianco ad Edgar Allan Poe.

Il suo cosmo terrificante è filtrato in centinaia di libri (Stephen King è il suo fan numero uno), fumetti, film, entrando prepotentemente nella cultura popolare.

 

Dalì e il Surrealismo: Il mondo oltre l’inconscio

 Dalì

 

Nell’arte un movimento in particolare incarna la tendenza dell’uomo a voler indagare oltre il velo della realtà: il surrealismo. Come indica il nome, il surrealismo si occupa di ciò che va oltre quello che percepiamo, un mondo che riusciamo a cogliere soltanto attraverso l’inconscio.

Il Surrealismo nasce in Francia nel 1921 quando lo scrittore André Breton scrive appunto il “Manifesto del Surrealismo”. Nel “Manifesto” Breton dice che: “Il Surrealismo si fonda sull’idea di un grado di realtà superiore connesso a certe forme di associazione finora trascurate, sull’onnipotenza del sogno, sul gioco disinteressato del pensiero. Tende a liquidare definitivamente tutti gli altri meccanismi psichici e a sostituirsi ad essi nella risoluzione dei principali problemi della vita”

Il Surrealismo è figlio della prima guerra mondiale. André Breton lavora durante la guerra in un ospedale neurologico dove applica la psicoanalisi di Freud ai soldati devastati dall’esperienza in trincea, e questo influenza molto il suo pensiero. Tornato a Parigi dopo la fine della guerra Breton prende parte, come molti altri, al movimento anti-artistico del Dadaismo. Molti artisti infatti erano convinti che la causa del conflitto era da imputare all’eccessiva razionalità e ai valori capitalistici borghesi e per questo l’irrazionalità e l’anarchia alla base del Dadaismo li attirava profondamente.  Tuttavia Breton si rende conto che il Dadaismo non è in grado di cambiare le cose e cerca di trovare un modo per analizzare la mente umana ed estirpare quelle ragioni politico-economiche alla base della Grande Guerra.

Breton fonda quindi il Surrealismo, il cui obiettivo è eliminare la concezione di “arte per l’arte” ed abbracciare invece l’idea di arte come indagine del funzionamento reale del pensiero.

Inoltre il Surrealismo entra anche nella politica, appoggiando apertamente socialismo e comunismo, ma aspirando all’anarchia. Il movimento diventa una vera e propria forza politica e dall’Europa arriva fino in America e in Asia. Appoggia il movimento anti-colonialistico in Africa e combatte contro il razzismo. Tuttavia alcuni membri del Surrealismo non appoggiano le idee politiche, continuando però a fare arte surrealista (Salvador Dalì appoggiava il modello fascista di Francisco Franco).

L’artista Surrealista, per riuscire a rappresentare ciò che è oltre il reale, deve distaccarsi completamente dal pensiero conscio ed affidarsi esclusivamente all’inconscio, senza che la morale o la razionalità interferiscano con il prodotto della propria arte. Ogni mezzo artistico, ogni stile e tema sono ammessi nel Surrealismo perché derivano da una realtà superiore a quella comune che l’artista riesce a cogliere tramite l’automatismo psichico o il sogno.

L’automatismo psichico è un concetto preso in prestito dalla psicologia Freudiana in cui, in questo caso, l’artista riproduce tutto ciò che gli passa per la mente senza filtrarlo attraverso la razionalità. Il sogno invece rappresenta il momento di maggior distacco dalla realtà normale e quindi il raggiungimento di quella surrealtà ricercata dal movimento.

Nelle arti visive surrealiste era comune la rappresentazione di immagini estremamente realistiche accostate fra di loro senza alcun nesso logico, e questo era sicuramente mutuato dai sogni, in cui la realtà e l’inconscio si mescolano in modi imprevisti. Il maggior esponente di questa pittura onirica fu Salvador Dalì.

Nel 1929 Dalì entra a far parte del movimento surrealista e dal 1930 al 1935 stabilisce, insieme a René Magritte, l’arte visiva surrealista nel mondo. Le immagini che questi due artisti dipingono sono la maggiore espressione dell’onirico, perché prendono cose comuni e ne stravolgono il senso, le mettono fuori contesto o le deformano in modo irriconoscibile. Il dipinto di Salvador Dalì “La Persistenza della Memoria”, che mostra i celebri orologi che si squagliano, diventa il simbolo del Surrealismo.

 

Salvador Dalì

 

Salvador Dalì nasce l’11 Maggio del 1904 a Figueres, in Catalogna. Suo fratello, anche lui chiamato Salvador, era morto sei mesi prima e quando Dalì compie cinque anni i suoi genitori lo portano sulla tomba del fratello dicendogli che lui è la reincarnazione del fratello. Dalì credette sempre a questa cosa e probabilmente questo incise sulla sua visione del mondo.

Nel 1922, un anno dopo la morte della madre, si sposta a Madrid per studiare nell’Accademia di San Fernando e studiare arte. I suoi modi eccentrici emergono in quel periodo, quando inizia a vestirsi e comportarsi come un dandy e i suoi primi quadri, di stile cubista, attirano subito l’attenzione su di lui.

Nel 1926 viene espulso dall’Accademia poco prima degli esami perché aveva detto pubblicamente che nessuno era abbastanza qualificato per esaminarlo. Quello stesso anno va per la prima volta a Parigi dove incontra Pablo Picasso, che stimava come un maestro. Picasso rimane piacevolmente colpito dal giovane, di cui aveva già sentito parlare dal suo amico Joan Mirò.

Il periodo successivo dell’arte di Dalì è pesantemente influenzato dagli stili di Picasso e Mirò, poi inizia a sviluppare uno stile proprio che mantiene per tutta la vita. Questo stile mescola tratti classici e d’avanguardia e si basa influenzato, tra gli altri, sui dipinti di Raffaello, del Bronzino e di Velàzquez. Proprio ad imitazione di Diego Velàzquez  Dalì si fa crescere i caratteristici baffi che diventano il suo tratto distintivo più famoso.

Nel 1929 entra per la prima volta nel mondo del cinema aiutando a scrivere la trama del film surrealista “Un chien andalou” e nell’Agosto dello stesso anno incontra la sua futura moglie e musa Gala, il cui vero nome è Elena Ivanovna Diakonova. Sempre nel 1929 entra a far parte ufficialmente del Surrealismo e lo rivoluziona grazie a quello che lui chiama “metodo paranoico-critico”, che prevedeva l’immersione totale nell’irrazionalità dell’inconscio (fase paranoica) e la sua rappresentazione artistica (fase critica).

Nel 1934 André Breton lo accusa di appoggiare Hitler ma Dalì respinge le accuse e risponde che per lui l’arte può esistere anche senza politica. Tuttavia si astiene dal condannare ufficialmente il fascismo e questo lo porterà nello stesso anno ad essere espulso dal gruppo dei Surrealisti. Dalì reagisce dicendo: “Il Surrealismo sono io.”

Nel 1936 Dalì trova un mecenate in Edward James, che finanzia la sua arte acquistando i suoi quadri e lo mantiene per due anni. Dalì, riconoscente, lo raffigura in “Cigni che riflettono elefanti”.

Nel 1939 Breton conia per Dalì il soprannome di “Avida Dollars”, un anagramma del suo nome che si riferisce alla sua brama di denaro.

Nel 1940, allo scoppiare della seconda guerra mondiale, Dalì si trasferisce insieme a Gala negli Stati Uniti, dove resterà per otto anni.

Nel 1949 torna in Catalogna, mentre la Spagna è ancora sotto il dominio di Francisco Franco. Questa scelta attira le antipatie di chi invece sta lottando contro il dittatore e molte opere di Dalì vengono respinte proprio per questo.

In questi anni amplia la propria arte fino a sfociare in prototipi di quella che sarà chiamata Pop art, ma inizia ad interessarsi anche alle scienze naturali e alla matematica. In particolare è ossessionato dal corno di rinoceronte, che riproduce in moltissime sue opere, e in cui vede una perfezione geometrica di origine divina. In questo periodo le sue opere sono piene di illusioni ottiche e riferimenti scientifici e religiosi, a volte uniti nella stessa opera (Corpus Hypercubus, una crocifissione sullo sviluppo di un cubo a quattro dimensioni).

Dopo il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki Dalì entra in un periodo che lui definisce “Misticismo Nucleare”, in cui la meraviglia per la forza dell’atomo e la sua fede cattolica si fondono. Infatti per lui l’inizio dell’era atomica è una sorta di epifania, in cui tutti i simboli che fanno parte del suo pensiero vanno a ricomporre un’immagine grandiosa. La religione, la matematica e le scienze naturali si uniscono nell’esplosione atomica: l’uomo è riuscito a produrre una forza talmente grande da avvicinarsi alla divinità, e per farlo si è affidato soltanto al proprio intelletto.

Come Lovecraft aveva temuto, la scienza ha spalancato una parte fino ad allora ignota della realtà all’uomo, e il risultato è stato terrificante. Ma mentre lo scrittore di Providence era atterrito dallo scoprire cosa si cela oltre, Dalì ne è esaltato. Finalmente si avvicina a quella surrealtà che tanto ricerca.

Nel 1960 inizia a progettare, nella sua città natale di Figueres, il Teatro-Museo Dalì, e i lavori dureranno anche dopo la sua aperture nel 1974. Questo edificio oltre ad ospitare le opere di Dalì è anche un monumento all’artista e un mausoleo: Dalì si farà seppellire in una cripta nel suo basamento.

Nel 1980 la moglie Gala gli somministra inavvertitamente un mix di medicinali che distruggono il suo sistema nervoso e gli provocano sintomi simili a quelli del Parkinson. Due anni dopo Gala muore e Dalì tenta più volte il suicidio. Muore nel 1988 per un attacco di cuore.

 

Simboli Surreali

 

Salvador Dalì inserisce simboli ricorrenti in tutte le sue opere, e tutti hanno un significato ben definito nell’inconscio dell’artista ma non solo: alcuni sono archetipi della mente umana, che appaiono nei sogni di tutti. Il più noto dei simboli usati da Dalì è senza dubbio l’orologio che si scioglie, apparso per la prima volta nel dipinto “La Persistenza della Memoria”. L’orologio rappresenta il tempo, e farlo sciogliere indica che il tempo non è qualcosa di fisso e quindi solido, ma qualcosa di mutevole e dunque liquido.

Quest’idea di “tempo flessibile” deriva dalla teoria della relatività di Einstein, e al concetto che il tempo sia relativo o addirittura inesistente. Il tempo come struttura fissa e immutabile è un’illusione che Dalì sfata grazie a questo simbolo e quindi è un passo verso una realtà superiore a quella che percepiamo.

L’elefante è un altro simbolo molto importante per Dalì. In particolare, l’elefante che porta sulla groppa un obelisco e ha zampe lunghe e sottili da insetto.

Questo simbolo appare per la prima volta nel quadro “Sogno causato dal volo di un’ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio”. Questo dipinto, di chiaro stampo onirico, rappresenta la sensazione provata dall’artista quando un’ape l’ha punto nel sonno. Nel quadro è presente Gala, abbandonata al sonno, e una gigantesca melagrana da cui esce fuori un pesce che vomita fuori una tigre, dalle cui fauci balza fuori un’altra tigre che infine sputa un fucile con baionetta che punge il braccio della donna. Sullo sfondo, appoggiato in modo impossibile sul pelo dell’acqua, c’è l’elefante con l’obelisco.

Gala è la parte femminile dell’artista, la baionetta e l’obelisco sono entrambi simboli sessuali, le tigri sono simbolo di aggressività, l’elefante con le zampe da insetto rappresenta la distorsione dello spazio data dal sogno. Questa simbologia freudiana nell’analisi dei sogni è sparsa in tutta l’arte di Dalì e quindi è chiaro che il mondo dei sogni era molto importante per lui.

Altri simboli animali importanti sono le formiche, che per Dalì rappresentano la morte e un desiderio sessuale eccessivo, le locuste, che incarnano la paura e la distruzione, e le chiocciole, che rappresentano la testa umana.

Le uova invece rappresentano la gravidanza, il periodo prenatale, ma anche la speranza e l’amore. Sono uno dei simboli più ricorrenti.

Anche i corpi umani in cui si aprono dei cassetti sono una sua costante artistica. Rappresentano i segreti che l’uomo nasconde dentro di sé e che la psicoanalisi e il metodo paranoico-critico sono in grado i rivelare.

Tutti questi simboli vanno a comporre un immaginario estremamente ricco, a tratti inquietante, che svela una realtà solitamente preclusa all’uomo durante la veglia.

 

L’Orizzonte degli Eventi: I limiti della Fisica

Buco nero

 

C’è un oggetto nello spazio che lascia perplessi i fisici di tutto il mondo e alimenta da anni la narrativa di fantascienza. Questo oggetto è il buco nero, e la sua esistenza è una prova che l’Universo non funziona come pensavamo, e l’impossibile accade continuamente.

Nel 1783 lo scienziato John Michell, studiando la teoria gravitazionale di Newton, scoprì che c’era qualcosa che non andava: la teoria permetteva l’esistenza di qualcosa di totalmente anomalo. Poiché la velocità di fuga, ovvero la velocità minima iniziale che un oggetto deve avere per sfuggire all’attrazione di un campo gravitazionale, dipende dalla massa del corpo che crea il campo, allora la velocità di fuga da un corpo celeste con una massa estremamente grande potrebbe superare la velocità della luce. In questo modo si crea una stella paradossale, che invece di emettere luce la risucchia, insieme a tutta la materia nelle vicinanze. Michell battezzò questa stella “dark star”, stella oscura.

Quando la relatività di Einstein cambiò la fisica, il problema delle “dark star” tornò alla ribalta. Infatti risultò che un oggetto teorico statico a simmetria sferica, con massa superiore a tre o quattro volte quella del Sole, collassando su se stesso avrebbe dato origine ad una superficie detta “Orizzonte degli Eventi” oltre la quale la velocità di fuga sarebbe stata troppo alta anche per la luce. Questo oggetto cosmico fu chiamato “Singolarità di Swarzschild”, dal nome del suo teorizzatore Karl Swarzschild.

Einstein, in una sua opera del 1939, negò che un simile astro potesse esistere, ma nello stesso anno fu smentito dalla scoperta che le particelle che compongono un corpo celeste possono collassare radialmente su se stesse, creando una densità tale da comprimerne la massa gigantesca in uno spazio minuscolo, che può essere contenuto all’interno dell’Orizzonte degli Eventi.

L’orizzonte degli Eventi ha infatti una sua estensione ben definita, dipendente dalla massa del corpo celeste, che è detta “raggio di Swarzschild”, la cui ampiezza è pari a 3M’ kilometri, dove M’ è la massa del corpo celeste in unità di masse solari. È proprio restringendosi oltre il “raggio di Swarzschild” che una stella diventa automaticamente un buco nero. Ma come fa una stella a contrarsi in questo modo? Come fa a nascere un buco nero?

 

Nascita di un Buco Nero: l’evoluzione stellare

 

Le stelle sono gigantesche fornaci per la fusione termonucleare, in cui l’idrogeno diventa elio per la tremenda temperatura. I gas che compongono le stelle sono bloccati in un “equilibrio meccanico” che impedisce alla stella di espandersi o contrarsi. Infatti, mentre la forza di gravità tende a contrarre i gas, la pressione causata dai gas stessi tende ad espanderli. Come tutte le fornaci, però, anche le stelle hanno bisogno di carburante.

Una volta che l’idrogeno è quasi terminato l’elio tende a collassare e dare inizio ad altre reazioni nucleari che portano alla formazione del carbonio e questo innalza ancora la temperatura. I gas si espandono nuovamente ma la superficie si raffredda finché non si torna all’equilibrio meccanico. Ora la stella è una gigante rossa. Se invece la massa iniziale della stella era molto grande la temperatura non smette di salire e si producono altri elementi chimici finché il combustibile finisce del tutto.

A quel punto la gigante rossa collassa su se stessa per diventare qualcos’altro:

Sol1

Se la sua massa iniziale era inferiore a quella del Sole diventerà una nana bianca, che si raffredderà lentamente.

 

Sol2

Se era come quella del Sole, o poco più grande, diventerà una nebulosa planetaria, ovvero una gigante rossa circondata da un involucro di gas proveniente dal suo strato esterno, poi collasserà anch’essa in una nana bianca.

 

Sol3

Se la massa iniziale era almeno dieci volte quella del Sole la stella produrrà altri elementi, fino al ferro, poi collasserà ed esploderà più volte in una supernova. Se la massa del nucleo della stella rimasto dopo l’esplosione è concentrata in uno spazio abbastanza piccolo gli elementi ricadranno nuovamente su se stessi fino a raggiungere una densità enorme che fonderà neutroni ed elettroni in neutroni. La nuova stella è infatti detta stella di neutroni.

 

Sol4

Se la massa iniziale era decine di volte quella del Sole la densità raggiunta dopo il collasso comprimerà la stella all’interno del suo “raggio di Swarzschild” e si formerà un buco nero. Infatti, anche se teoricamente una stella potrebbe diventare un buco nero essendo soltanto 3 volte più grande del Sole, in realtà la perdita di massa dovuta all’esplosione della stella rende impossibile questo scenario.

 

Sol5

Esiste anche un altro modo in cui si può formare un buco nero: in un sistema binario formato da una stella di neutroni e un’altra stella, la stella di neutroni “ruba” la massa dall’altra stella finché non supera la soglia di massa critica che la fa collassare in un buco nero.

 

Misteri Invisibili

 

Poiché tutto può entrare ma niente può uscire dall’Orizzonte degli Eventi, non solo è impossibile studiare direttamente i buchi neri, ma addirittura vederli. La luce infatti non torna indietro da un buco nero e questo lo rende a tutti gli effetti invisibile.

Come è stato possibile, allora, riuscire a provarne l’esistenza al di fuori dal modello teorico?

Prima di tutto, un buco nero distorce pesantemente l’orbita di tutti i corpi celesti nelle vicinanze, e quindi un’orbita insolita indica chiaramente che l’oggetto in questione sta cadendo verso il buco nero. Un altro modo per scoprire la presenza dei buchi neri sarebbe l’analisi della “Radiazione di Hawking”. Il famosissimo fisico Stephen Hawking ha infatti dimostrato che i buchi neri emettono particelle in quantità inversamente proporzionale alla propria massa, tramite una sorta di “evaporazione” e queste radiazioni sono misurabili. Infine l’ultimo metodo è la ricerca dei raggi X. Quando la materia supera l’orizzonte degli eventi subisce un’accelerazione gravitazionale così grande da raggiungere milioni di gradi di temperatura, abbastanza da emettere raggi X. Proprio grazie a questo metodo si è scoperto che il centro di molte galassie emette grandi quantità di raggi X e quindi la galassia rotea attorno ad un buco nero supermassiccio.

 

Dietro l’Orizzonte degli Eventi

 

Sappiamo cosa sono, come nascono e come trovarli, ma non siamo ancora riusciti a capire cosa c’è oltre il velo che li ricopre. L’Orizzonte degli Eventi funziona come una vera e propria “censura cosmica”, impedendo agli scienziati di vedere oltre l’Universo normale e studiare le leggi che regolano questa parte misteriosa della nostra realtà.

Dove finisce tutta la materia e la luce che entra in un buco nero? Niente si crea e niente si distrugge, quindi deve pur finire da qualche parte.

C’è una risposta anche per questo, ma è talmente incredibile che per ora non è stata ancora accettata e fa ancora parte della fantascienza. Esisterebbero dei corpi celesti inversi ai buchi neri detti, appunto, buchi bianchi.

Se in un buco nero tutto entra e niente esce, in un buco bianco tutto esce e niente può entrare. Questo oggetto è stato predetto dalla teoria della Relatività generale e ne hanno trattato Albert Einstein e Nathan Rosen. Siccome le leggi della fisica sono simmetriche rispetto al tempo dovrebbe esistere un oggetto simmetrico ad un buco nero, in grado di emettere un campo antigravitazionale.

Tuttavia nessun campo antigravitazionale è stato scoperto finora, e tutto rimane pura speculazione. La teoria, comunque, sarebbe che ogni buco nero è collegato ad un buco bianco tramite un “cunicolo” chiamato wormhole, che attraversa un ripiegamento dello spazio-tempo. Tutto ciò che viene attirato in un buco nero esce fuori dal buco bianco. La cosa incredibile di tutto questo è che un buco bianco potrebbe trovarsi in un altro punto dell’Universo, o magari in un altro tempo o, addirittura, in un altro Universo!

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Singolarità Nude, il Cosmo Senza Censure

 

Buchi neri e buchi bianchi sono affascinanti, ma l’Orizzonte degli Eventi rende comunque impossibile il loro studio.

Alcuni fisici sono contenti di questo, perché le leggi che operano all’interno della singolarità di un buco nero non seguono la fisica che conosciamo e quindi se non fossero “censurati” dagli Orizzonti degli Eventi interagirebbero col nostro Universo, con effetti che non possiamo immaginare. Millenni di calcoli e formule sarebbero da buttare in un cosmo che non segue le regole che abbiamo imparato a conoscere.

Tuttavia potrebbe esistere un buco nero senza Orizzonte, che gli scienziati chiamano “singolarità nuda”. Una singolarità nuda ci darebbe la possibilità di studiare questo fenomeno e capire cosa succede alla materia che vi entra, e magari scoprire anche dove va a finire.

La scoperta della possibile esistenza di queste singolarità avvenne quando si tentò di fare un nuovo modello teorico per il collasso delle stelle, più realistico di quello precedente. Se la stella che formava la singolarità di Swarzschild era perfettamente sferica ed omogenea, la stella presa in considerazione per il modello aveva gli strati più vicini al centro molto più densi di quelli esterni e poteva essere anche leggermente allungata.

Simulando il collasso di questa stella più realistica si notò che gli strati interni collassavano più velocemente di quelli esterni, meno densi, e questa disomogeneità del collasso creava una gravità meno intensa di quella di un buco nero vero e proprio. La stella infine si comprimeva in una singolarità, ma la luce e la materia non rimanevano intrappolati all’interno, e potevano sia entrare che uscire da essa. L’Orizzonte degli Eventi, quindi, non si era creato.

Trovare una singolarità nuda potrebbe rivoluzionare la scienza come la intendiamo. Studiare gli effetti sull’area circostante amplierebbe di sicuro la nostra conoscenza di come funziona l’Universo, regalandoci uno sguardo su cose comunemente invisibili.

Forse un giorno gli astronomi troveranno una di queste porte e, attraverso di esse, potremo sbirciare su altri tempi o altri luoghi. Forse oltre la singolarità non vedremo nulla, oppure scopriremo qualcosa che ci riempirà di terrore, o di meraviglia, chissà…

… Oltre il velo della realtà può annidarsi di tutto.

 

 

Bibliografia

 

Materiale tratto da:

 

Il Guardiano dei Sogni, di H.P. Lovecraft, editrice Bompiani  2007.

I Racconti del Necronomicon, raccolta di racconti brevi di H.P. Lovecraft, a cura di Gianni Pilo, edizioni Newton 2008.

L’Orrore della Realtà, raccolta dell’epistolario di H.P. Lovecraft, a cura di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, edizioni Mediterranee 2007.

Nude Singolarità, di Pankaj S. Joshi, Le Scienze dell’Aprile 2009.

Speciale Superquark: Viaggio nel Cosmo, trasmissione del 1998 (Youtube).

Thinkquest.org, sito di astronomia.

Wikipedia.it e Wikipedia.en

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Bene, ora che avete letto la mia tesina bizzarra, non scordatevi di lasciare un commento e condividere questo articolo! Voglio davvero vedere se a qualcuno hanno permesso di portare argomenti ancora più assurdi dei miei.

 

Top 5 scrittori fantasy che non conoscevate

TOP 5
Ci sono scrittori famosi all’estero che sono poco conosciuti da noi, ma anche autori celebri per altri generi che si sono cimentati nel fantasy e altri, meno fortunati, che nonostante la bravura non sono ancora riusciti a farsi notare dal grande pubblico.

Con questa lista vorrei farvi conoscere qualcosa di nuovo. I titoli dei libri sono cliccabili e vi porteranno alla pagina per acquistarli. Senza altri indugi, partiamo!

Top 5 grandi autori fantasy che non conoscevate

(In nessun ordine particolare)

(Tranne il numero uno, che è il migliore)

Continua a leggere “Top 5 scrittori fantasy che non conoscevate”

Recensione/ Dodici Porte di Daisy Franchetto

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La Copertina di Dodici Porte, creata da Livia De Simone

Una nuova Alice nel Paese delle Meraviglie. Preparatevi a un viaggio nei recessi del vostro inconscio, dove i sogni possono aiutarvi o uccidervi. Una storia che vive nel crepuscolo, fluttuando tra una terribile realtà e un mondo onirico senza confini.

Sinossi

Dodici Porte è una fiaba dark che si snoda attraverso dodici passaggi che la protagonista Lunar deve superare, scoprendo luoghi e mondi inaspettati. Inizia cosí un percorso di guarigione spirituale dalle violenze subite nel mondo reale. Un viaggio iniziatico alla scoperta delle proprie origini. I personaggi e i luoghi che Lunar incontra sono simboli generati dal suo subconscio, manifestazioni del suo dolore.
Lunar è una giovane ragazza, che una terribile notte si trova a fuggire per strade sconosciute dopo essere stata vittima di una violenza. Corre, fino a raggiungere una porta. La porta della Casa. La prima porta di un viaggio onirico che la porterà a ricostruire i pezzi della propria identità e a rimarginare le ferite subite. La ragazza tenterà di far fronte all’angoscia contando sulle proprie forze e sull’aiuto della famiglia, ma quando si ritroverà faccia a faccia con il suo carnefice, si renderà conto di aver bisogno di un aiuto che non avrebbe mai pensato di ricevere. Inizia così il percorso di guarigione all’interno della Casa, alla scoperta di personaggi e luoghi fantastici, figli della sua psiche e non solo. Dodici tappe di trasformazione. Dodici porte che si aprono una dentro l’altra.

Cosa ne penso

Di solito detesto le allegorie e Dodici Porte è allegorico dall’inizio alla fine, eppure ho amato questo romanzo. Il messaggio che la scrittrice ci vuole far capire arriva in modo organico attraverso la storia, perché le allegorie sono per Lunar e non per noi. La protagonista subisce uno stupro all’inizio della storia, questo è importante farlo notare non solo per le lettrici e i lettori che potrebbero esserne turbati, ma anche perché, forse per la prima volta da quando leggo romanzi, è trattato con vero tatto. Non è una scena gratuita, non è buttata lì come motivazione di vendetta, non si sofferma in modo macabro su cosa le sta succedendo. Semplicemente, è un trauma profondo.

La cosa che più mi ha colpito è stata l’umanizzazione dell’uomo che l’ha aggredita. Sì, anche lui un tempo era una persona decente. Ci viene raccontata la sua storia e noi, come Lunar, non vorremmo sentirla, vorremmo solo pensare a quel criminale come a una bestia. Ma il romanzo ci costringe a vedere come la mente possa spezzarsi per dare spazio solo agli istinti più bassi.

La psiche di Lunar, però, non si rompe. La ragazza è forte e, con l’aiuto della mistica Casa, intraprenderà un percorso di guarigione interiore che la porterà a una trasformazione totale. All’inizio vedremo una serie di prove, poi una vera e propria missione, come quella di un fantasy classico, con popoli stranieri da aiutare e alleati magici.

Quest’ultima è la parte insieme più forte e più debole del romanzo, per me. Forte perché le razze, le tradizioni e il mondo presentato sono davvero originali e interessanti. Debole per l’antagonista che avrebbe avuto bisogno anche lui di un flashback per farci capire da dove viene tutta quella malvagità (è intuibile che provenga dalla sua società corrotta, ma ci viene fatto capire che lui è speciale in quanto a crudeltà).

Dodici Porte è insieme un’esplorazione della mente di Lunar, dei luoghi fantastici in cui si trova e degli svariati personaggi che incontra lungo il suo cammino, per questo l’utilizzo della narrazione in terza persona onniscente funziona bene, mentre di solito trovo più efficace quella limitata a un personaggio per volta.

Non voglio rovinarvi la sorpresa di scoprire tutti i bislacchi e/o inquietanti personaggi che troverete tra queste pagine, ma vi posso assicurare che vi rimarranno in mente molto dopo aver chiuso il libro.

Dodici Porte è una perla tutta italiana e non vedo l’ora di leggere il seguito, Sei Pietre Bianche, che mi aspetta sul mio lettore ebook. Davvero un’ottima scoperta.

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Recensione/ Revolution – Il canto delle stelle, di Antonio Lanzetta

revolution
La splendida copertina disegnata da Antonio De Luca

Benvenuti in un mondo cupo fatto di neon, androidi, hacker e corporazioni monolitiche che governano la Terra.

Cyberpunk, quindi?

La Terra è quasi del tutto distrutta e rimane solo la città di Sonho-1 come ultimo baluardo per un’umanità stanca e misera.

Allora è post apocalittico?

E ci sono pure forze di altri mondi che influiscono sui nostri affari. E immortali armati di spade. E poteri telecinetici.

Revolution è fantascienza mista, un frullato di vari sotto-generi che, nonostante un retrogusto amaro, va giù che è un piacere. Continua a leggere “Recensione/ Revolution – Il canto delle stelle, di Antonio Lanzetta”

Racconto Improvvisati/ Febbraio 2017

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I Racconti Imporovvisati sono un esperimento di narrativa che stiamo facendo sul gruppo Facebook “Scrittori e Lettori Fantasy”, dove noi scrittori ci mettiamo a creare delle storie collettive, un pezzo alla volta.

Le regole sono semplici: puoi scrivere massimo tre periodi alla volta (anche se qualcuno si fa un po’ prendere la mano e li supera abbondantemente, ma non sono leggi scritte nella pietra) e, dopo che hai scritto, devi aspettare un’ora per poter scrivere un altro pezzo, dando così tempo agli altri di partecipare.

Come vedrete, dall’interazione tra menti diverse escono fuori racconti molto particolari, che secondo me hanno un fascino tutto loro.

A Febbraio abbiamo creato due storie: VV e Legame Primordiale. In entrambe troverete scritti i nomi degli autori che hanno creato ogni pezzetto, così da avere un’idea sul loro stile e sulla direzione in cui hanno portato il racconto.

VV è un racconto di Horror lovecraftiano e l’incipit è di Daisy Franchetto. Potete scaricare il pdf qui: racconto-improvvisato-vv

Legame Primordiale è un Fantasy/Ucronia con aggiunta di dinosauri e l’incipit è del sottoscritto. Lo trovate qui in pdf: racconto-improvvisato-legame-primordiale

Fateci sapere che cosa ne pensate, qui nei commenti. Io trovo questi Racconti Improvvisati molto divertenti, sia da fare che da leggere!

 

Opinione/ Come migliorare Rogue One: A Star Wars Story

Il 31 Dicembre 2016, finalmente, riuscii a vedere Rogue One, perché vivo su un asteroide che gira nella fascia di Kuiper e i film arrivano tardi. Comunque, siamo già a Febbraio 2017 e ho avuto tempo per ruminare su quello che penso del film. Su internet ho notato che le opinioni sono essenzialmente due: o è uno dei migliori Star Wars, oppure è peggio di Jar-Jar Binks.

Io mi trovo nel mezzo: per me è una bel film, ma ha diversi difetti che non gli permettono di raggiungere il suo potenziale. Poteva essere molto meglio.

Quindi vi spiegherò come lo avrei migliorato. Tenete a mente che questa è una specie di fan fiction scritta alla buona e che tutto è solo una mia opinione. Se avete adorato il film e lo trovate perfetto, ottimo. Se pensate che le mie idee facciano schifo, bene pure quello.

Prima però voglio identificare i problemi principali che ho trovato in Rogue One: i personaggi sono poco caratterizzati (a parte il mio bro K-2SO) e la storia vaga un po’ nel primo e secondo atto, prima dell’esplosiva battaglia finale che per me risolleva tutto il film da mediocre a buono.

E ora accendiamo i motori a iperguida e via!

 

TANTO TEMPO FA, IN UNA GALASSIA LONTANA LONTANA…

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Si parte.

La nostra storia inizia su Jeddah, dove un cargo di prigionieri viene portato a lavorare nelle miniere di cristalli. Siamo dentro il mezzo, accanto a Jyn Erso, già adulta. Il resto dei prigionieri sono strani alieni e ribelli catturati.

Il cargo si ferma e Jyn guarda fuori dalla finestrella. Un droide nero ha fermato tutti e sta parlando con gli assaltatori. Mentre parlano dà una manata nello sterno a uno, gli prende il fulminatore al volo e “Pew! Pew! Pew!” sfulmina tutti, seguito subito dalle grida dei ribelli imbacuccati che attendevano in agguato.

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Eviterò di fare battute sulle percentuali di successo, ok? C’è già C3PO per quello.

Si sentono spari e grida, tutto si scuote. La porta in fondo al veicolo salta in aria ed entra l’alieno gasato con la maschera che lavora per Saw Gerrera, che chiameremo Edrio Due Tubi (perché è il suo nome ufficiale).

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Quando sei un personaggio dal design accattivante, ma ti usano per mezzo secondo di film.

Liberano i prigionieri e li fanno uscire. Stanno cercando un pilota disertore tra i prigionieri e interrogano tutti sul posto. Jyn si guarda intorno e cerca una via di fuga. Si china a prendere la pistola di un assaltatore morto e scappa. Ferisce qualcuno degli inseguitori, ma la sua corsa dura pochissimo, perché le tirano una rete addosso. Edrio si avvicina ridacchiando e la gira sulla schiena. Gli chiede chi è e lei risponde: «Sono la pilota, ma non ho disertato perché non sono mai stata reclutata.»

Flashback.

In questa versione Jyn non è figlia del costruttore della Morte Nera, ma una truffatrice di alto livello che ha contraffato documentazioni e ha indossato una tuta per far finta di essere una pilota imperiale, riuscendo a rubare navi cargo e a rivendere il carico al mercato nero. Ogni volta ha rivenduto su un pianeta diverso, a un contatto diverso. Ci è riuscita per nove volte senza essere beccata, ma la decima il suo contatto su Jeddah l’ha tradita. Per questo l’hanno condannata ai lavori forzati nelle miniere di cristalli Kyber.

Fine Flashback

Edrio apprezza il suo sprezzo del pericolo e la porta nella base segreta, che è stata ricavata in un antico tempio jedi. Mentre camminano si avvicina K-2SO e le spiega che il suo contatto l’ha tradita perché pensava che lei fosse davvero una pilota imperiale e quel tizio odia gli imperiali a prescindere, come K-2, del resto.

Il carico l’ha rivenduto a Saw Gerrera e all’interno hanno trovato dei marchingegni mai visti prima. Potrebbero essere armi (in realtà sono componenti della parte della Morte Nera che serve a sparare il raggio) e speravano che lei ne sapesse qualcosa, ma Jyn non sa nulla. Mentre sono lì, incontrano Chirrut, che qui è sempre il Matt Murdock /Toph Bei Fong della situazione e un monaco protettore del tempio jedi.

chirrut
La sua tecnica di combattimento NON consisterà nel colpire soldati in armatura completa con un bastone.

Chirrut li ferma perché sente la vibrazione emanata dal cristallo che ha al collo Jyn. Lei spiega che era parte del pagamento per l’ultimo carico, ma Chirrut capisce subito che lei sta mentendo. Non indaga oltre, però.

La portano da Gerrera, parlano per un po’ e lui fa un discorso che ci fa capire il suo carisma, il motivo per cui tutti questi ribelli lo stanno seguendo.

saw-gerrera
Gerrera è imponente, direi che non è proprio una mezza Saw.

Non si vedono seppie telepatiche da nessuna parte e il film va avanti.

Ora Jyn fa parte della ribellione perché Gerrera, anche se preferisce lavorare in modo indipendente su Jeddah, è un ribelle a tutti gli effetti. Niente “è troppo estremista per i ribelli”. Chi è contro l’impero è un ribelle, punto.

Gerrera offre a Jyn di far cancellare i suoi dati dal database imperiale, così che lei possa tornare libera. In cambio vuole che lei aiuti i ribelli.

Jyn, Chirrut, Edrio e K-2 fanno delle missioni insieme, si conoscono un po’ meglio, si apprezzano l’un l’altro e diventando un gruppo affiatato. Jyn utilizza le sue abilità da truffatrice per ottenere accesso a informazioni importanti, K-2 fa finta di essere un droide imperiale e spacca i fondoschiena a manate, Edrio è l’hacker del gruppo che ha riprogrammato K-2 e Chirrut è l’esperto di combattimento e il radar vivente. A Jyn inizia a piacere lavorare con loro.

Scopriamo anche diverse cose: il pendaglio di Jyn le è stato regalato dalla madre poco prima di morire per mano degli imperiali. Chirrut ha perso la vista toccando un cristallo proibito nel tempio Jedi. Edrio era un programmatore di droidi per l’impero e si è unito alla ribellione perché crede che sia il modo migliore per dare pari diritti ai droidi.

Diventano talmente bravi insieme che ormai vanno fuori sempre in gruppo e ottengono il nome in codice di Rogue One. Fanno missioni in vari pianeti e diventano famigerati.

Orson Krennic, capo dell’intelligence imperiale e sotto pressione costante da parte dell’Imperatore, diventa ossessionato dal pensiero di fermarli. È un uomo spietato e pericoloso, che ha messo base sulla Morte Nera per poterne proteggere i segreti. Però è anche un maniaco del controllo e spesso prende parte alle missioni per accertarsi che vadano come vuole.

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Cattivo, ma fashion.

Tarkin è a capo del progetto Morte Nera ma non lo vediamo nemmeno di striscio, e soprattutto non veniamo distratti dalla sua plasticosa ricostruzione fatta al computer.

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Questa versione è più realistica

Durante una missione, i ribelli assaltano uno Star Destroyer come distrazione e mandano Rogue One per estrarre i piani degli AT-AT.

Si imbattono in Orson Krennic e il suo squadrone della morte: è una trappola!

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Gli altri ribelli vengono macellati e il nostro gruppetto sopravvive per pura fortuna (Chirrut dice che è stata la Forza). Jyn non vuole andarsene a mani vuote e approfitta del caos per girare intorno alla battaglia, infiltrarsi sulla nave di Krennic e rubare dei file. Edrio li decripta: esce fuori che l’impero ha finito di costruire da poco la Morte Nera e ci sono anche gli schemi di costruzione del raggio ammazza pianeti, che utilizza i cristalli kyber e i componenti che aveva trovato Jyn.

Vanno alla base dei ribelli classici e loro spiegano che lo sapevano già e che sono anni che sabotano i lavori (perché sono iniziati al termine di episodio 3). Edrio si fa avanti e dice che sulla Morte Nera ci deve essere la planimetria, perché i droidi devono avere accesso per fare le riparazioni. Potrebbe esserci un punto debole e con quella lo scoprirebbero. Prima nessuno lo prende sul serio, ma dopo l’intervento di Jyn e Chirrut gli danno ragione.

I nostri eroi partono e si devono infiltrare uno per uno nella Morte Nera, per non dare nell’occhio. L’unico a rimanere fuori è Edrio, che fa da supporto via radio. Poi si avvicina un caccia stellare TIE, che atterra e si apre lentamente.

CHHH CHHH. È Dart Fener, arrivato per parlare con Krennic della fuga di dati.

darth
L’abilità di distruggere un pianeta è insignificante in confronto alla potenza della sauna.

Krennic se la vede bruttissima, ma riesce a spiegare a Fener che è tutta colpa di Rogue One e che secondo lui sono la minaccia numero uno per l’Impero. Fener sente la sua rabbia e l’odio che prova per Rogue One, così decide di credergli e lo lascia in vita.

Sequenza alla Mission Impossible e Ocean’s Eleven, con raggiri, hackeraggio, furto di uniformi eccetera.

Alla fine K-2 riesce a ottenere i piani, ma viene scoperto dagli scagnozzi di Krennic. Edrio fa saltare le luci per un po’ e K-2 riesce a trasferire i piani in un chip e lo nasconde.

CHHHHH. CHHHHH. Fener è qui.

K-2 viene raggiunto dal sith e fatto a pezzi con la Forza. Facciamo vedere che il gruppo è devastato dalla perdita dell’amico. Il buio è illuminato a intermittenza dalle luci dell’allarme. La sirena è assordante. Chirrut e Jyn vanno a recuperare il chip, ma dopo poco si trovano Dart Fener davanti.

Chirrut chiede a Jyn il suo cristallo e lei glielo lancia.

«Sono tutt’uno con la Forza. La Forza è con me.»

Inserisce il cristallo nel bastone, che si rivela essere una specie di lancia laser, salvata dal tempio jedi. Jyn gli chiede se davvero ha intenzione di combattere con quel mostro e Chirrut dice di no: vuole solo prendere tempo.

L’allarme termina. È tutto buio. ZWIINNN: spada laser rossa. La lama gialla di Chirrut si scontra con quella di Fener. Jyn prende i piani, si gira e scappa senza guardarsi indietro. Vediamo ancora qualche attimo di lotta tra Fener e Chirrut, ma sappiamo come andrà a finire.

Jyn riesce a sfuggire grazie all’hackering di Edrio, che chiude le porte dietro di lei e apre quelle davanti, rallentando Fener. Raggiunge una scialuppa di salvataggio e si sgancia dalla Morte Nera appena in tempo, indirizzata verso Scarif, che è lo stesso pianeta tropicale della fine del film.

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Venite su Scarif! Mare, palme, sabbie biance, veicoli quadrupedi da combattimento…

Lì viene raggiunta da Edrio e da altri ribelli guidati da Saw Gerrera, che sono lì per proteggerla e portarla fino al centro di trasmissione più vicino, per mandare i dati. Peccato che, come nel film originale, l’antenna sia in mezzo alla base imperiale, ma in questo caso la base è anche il luogo dove si costruiscono gli AT-AT  (quelli nel film si chiamano AT-ACT a quanto pare). Un messaggio dalla Morte Nera mette in guardia l’intera base e si attivano anche AT-AT per cercare e vaporizzare i nostri eroi. Per fortuna Gerrera ha portato qualche pilota ribelle, così la lotta si fa più bilanciata… non per molto, perché arriva il caccia TIE di Fener, col suo gruppo di piloti imperiali.

Questo è il climax, una tesissima infiltrazione nella base nemica, interrotta da scene d’azione esplosive, con Jyn che si tiene stretta i dati, Edrio che fa magheggiamenti vari  con la tecnologia e gli altri ribelli che vengono fatti a pezzi per rendere chiaro che sono messi malissimo. Gerrera muore in modo eroico, per salvarli dall’attacco a sorpresa di Krennic, che li ha seguiti fin lì.

Alla fine, Jyn è ferita a un braccio e Edrio ha solo un tubo rimasto, con cui respira a malapena. Arrivano in cima alla torre, Edrio si mette al lavoro e c’è la scena che si vede nel trailer ma che è stata cancellata nel film: un caccia stellare TIE sale la torre e si piazza davanti a Jyn, che si prepara a sparare.

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Pubblicità ingannevole.

L’abitacolo però si apre e Jyn rimane a bocca aperta: è Chirrut! Si è salvato, anche se gli manca un braccio, ma lui la rassicura dicendo che per fortuna le spade laser cauterizzano la ferita, quindi starà bene. È riuscito a volare fin lì con la Forza ed è pronto a portarli in salvo. L’attimo dopo balza giù dalla navicella e devia un raggio sparato da uno scagnozzo di Krennic, diretto a Jyn. Il nostro antagonista è lì, insieme a cinque dei suoi uomini più fidati e fa allontanare Edrio dalla console minacciando di uccidere i suoi due amici. Jyn gli dice di non farlo e Edrio le confessa di amarla. Krennic rimane disgustato da questo, ma è contento che Edrio si sia fermato per via del suo affetto per Jyn.

«Non mi importa più niente della ribellione, Jyn. Ormai combatto solo per te. Anche questo, lo faccio per te.»

Preme “invio” e il messaggio parte per la nave ribelle più vicina. Krennic ordina ai suoi di sparare e Edrio, disarmato e ferito, è il primo a morire. Chirrut salva Jyn e sé stesso riflettendo i raggi con la sua lancia laser e Jyn spara per uccidere. Il combattimento è tremendo e Chirrut alla fine soccombe.

Rimangono solo Krennic e Jyn, entrambi senza più armi e stremati. Un combattimento corpo a corpo in cima alla torre, spinto da un profondo odio reciproco, in cui i due si parlano e si confrontano, raccolgono armi e vengono disarmati. Alla fine Krennic le spara nella gamba con l’ultimo colpo di una pistola, la butta a terra e comincia a strozzarla. Jyn trova a tastoni la lancia laser di Chirrut, la accende e gliela pianta nella pancia, liberandosi. Barcolla, si inerpica sul caccia stellare TIE e vola via, portandosi dietro l’arma.

Altri caccia stellare TIE atterrano poco dopo e Dart Fener esce fuori da uno. Cammina verso Krennic, che lo prega rantolando di inseguire Jyn, ma Fener non lo ascolta.

«Sei stato una delusione, Krennic. L’Imperatore ha deciso di sollevarti dalla tua posizione.»

lo alza in aria con la Forza e gli schiaccia la gola con lentezza, finché non muore. Poi si rivolge agli altri che sono usciti dalle navicelle.

«Voglio sapere a quale nave è stato inviato il messaggio. Subito.»

Butta il corpo di Krennic giù dalla torre e un tecnico si avvicina alla console di corsa, spippola un po’ e si gira verso Fener.

«Presso Alderaan, signore. Sembra la nave della principessa Leila.»

«Preparate gli uomini. Andiamo a fare una visita alla principessa.»

Scena finale.

Jyn zoppica al centro di un villaggio su una luna remota, utilizzando la lancia jedi come bastone. Sono passati diversi anni, si vede dai capelli grigi che sono apparsi sulla sua testa e dalle rughe sul volto. Jyn si siede su una panchina e guarda un gigante gassoso tramontare. Vediamo che il villaggio è popolato solo da robot e due si avvicinano con timidezza, un droide protocollare argentato e un astrodroide verde.

«Madre Jyn, R3-Q6 insiste che vorrebbe sentire di nuovo quella storia. Gli ho detto che non era il caso, santa pazienza, ma è inamovibile.»

L’astromech pigola qualcosa.

Jyn sorride e gli accarezza il capo.

«Va bene, nessun problema. Sedetevi. Vi racconterò ancora di come scoprimmo il punto debole dell’Impero. Vi racconterò ancora di Rogue One.»

FINE

cassian
Le mie più sentite scuse per i fan di Coso, ma non c’era spazio per lui.
coso
Baze era gasato, ma non aggiungeva niente alla storia 😦

Che ne dite? Fatemelo sapere nei commenti! Mi cospargo già il capo di cenere nel caso avessi fatto qualche errore: non sono un esperto di Star Wars, ma mi piacerebbe comunque essere preciso. Che la Forza sia con voi!

Recensione/ Millennials di Fabio Cicolani

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La bella copertina di Millennials, creata da Antonio De Luca

Quando ho preso in mano Millennials, ho subito pensato a un libro sui supereroi, ma è sbagliato: questo è un romanzo su ragazzi con superpoteri, che è ben diverso. La nostra protagonista Jennifer, detta Tesla per i suoi poteri elettrici, non sventa rapine in banca, anzi, una delle prime cose che fa è cercare di svaligiare una gioielleria.

Sinossi

Nessuno ha detto a Jennifer come essere una Millennial, gestire dei superpoteri e soprattutto mettere a segno una rapina in una gioielleria senza essere scoperta. Lei è semplicemente una ragazza che ama il parkour, non ha molti amici e vuole aiutare la madre a togliersi dai guai.

Ma Jennifer non sa niente del suo destino. Non sa che a Bologna esistono altri ragazzi speciali come lei, che ha addirittura un gemello e che Magnus Atlas, il creatore del progetto Millennials, è uno squalo senza scrupoli che odia le sue stesse creature e sta tessendo oscuri progetti dei quali lei è una pedina fondamentale.

Jennifer si ritroverà così a vivere avventure incredibili, che la porteranno addirittura viaggiare nel tempo, per cercare la verità sul suo passato succo di tutti gli altri millenni, per riuscire, insieme, a trovare un modo per sopravvivere e un posto da chiamare casa.

Cosa ne penso

In questo romanzo si respira un’atmosfera surreale, del tutto diversa da quella da fumetto che uno si immaginerebbe vedendo la copertina. È uno strano miscuglio tra lo stile sognante di un racconto per bambini e un romanzo Young Adult, ma, incredibilmente, funziona.

Per fare qualche esempio: il viaggiatore del tempo, Jikan, diventa in bianco e nero quando va nel passato e tra un balzo e l’altro sosta in un infinito Treno del Tempo. I “digidroidi” comandati dall’antagonista, Atlas, si incrinano come schermi a cristalli liquidi e quando muoiono si scompongono in pixel. La superforte Chewton ottiene le sue abilità masticando chewing gum e per effetto collaterale assume il colore di quello che mastica.

Tutto questo in un romanzo dove non si risparmiano disperazione, morte e crisi esistenziali. Il target è evidentemente adolescenziale, ma come Harry Potter è godibile anche dai lettori un po’ più stagionati.

Ho trovato simpatica l’idea di inserire all’interno del libro post su Facebook e Twitter creati dai personaggi, dando a tutto un’area di contemporaneità e freschezza. Proprio per questo, però, alcune citazioni fatte dall’autore potrebbero scivolare sopra la testa dei più giovani, che dovranno fare affidamento su Wikipedia per coglierle tutte.

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Un esempio dei ritagli web inseriti nel romanzo.

Millennials include un ampio cast di personaggi, dai poteri più disparati. Quello che mi ha colpito di più è stato Plajo, che può far obbedire chiunque a ogni suo comando e tuttavia non scade nel delirio di onnipotenza, tipico di chi ha questo potere. La sua è anche la storia che mi ha fatto più impressione, dati i temi pesanti trattati.

Purtroppo non posso dire lo stesso per Jennifer, la protagonista, che non sono riuscito a farmi piacere a causa del carattere scontroso. Questione di gusti personali, però: Jennifer è la classica adolescente ribelle, in cui si riconosceranno diverse lettrici. Il fatto che abbia letto il romanzo con gusto, pur non amando la protagonista, è un plauso alla qualità degli altri personaggi.

In definitiva, anche se non faccio più parte del target di Millennials, mi è comunque piaciuto, soprattutto per l’originalità e per il colpo di scena finale (che di sicuro manderà in tilt qualche lettore più giovane, in senso buono). Ai tempi della scuola lo avrei di sicuro divorato in un paio di pomeriggi, “scordandomi” di fare i compiti per arrivare in fondo.

Aspetto il seguito, che leggendo l’ultimo capitolo è praticamente certo!

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